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Molto spesso sentiamo parlare di fisiatra ma non tutti sanno che tipologia di specialista sia e quale sia la sua attività. Spesso, la sua figura viene assimilata a quella del fisioterapista, ma ci sono delle differenze, vediamo quindi di cosa si occupa nello specifico questo specialista.

Fisiatra, chi è e che studi ha fatto

La prima cosa che va chiarita è che il fisiatra è un medico, si tratta quindi di un professionista laureato in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Medicina Fisica e Riabilitativa. Ha notevole esperienza nel trattamento delle disabilità causate dalle più svariate cause, da patologie a traumi, fino al trattamento del dolore.

Questo professionista, ovviamente, ha delle competenze specifiche in ambito osteoarticolare, psicologico, neuromuscolare, ma anche cognitivo-relazionale e biomeccanico-ergonomico.

Il fisiatra è quindi in grado di valutare tutte le problematiche relative a una limitazione del movimento e dell’autonomia del paziente. Il suo obiettivo è quindi il recupero, per quanto possibile, della maggior parte di tali funzioni, solitamente con un approccio olistico al paziente. Sovente, infatti, lavora in team.

Di cosa si occupa il fisiatra

Normalmente il campo di indagine del fisiatra è riferito alle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico e del sistema nervoso che causano perdita totale o parziale dell’autonomia della persona. Per esempio la causa originaria può essere un trauma, magari una caduta o un incidente. Il fisiatra dovrà valutare la condizione del paziente e stabilire un piano di recupero motorio.

Ma non solo traumi. Il fisiatra si occupa anche del recupero, laddove possibile, delle capacità motorie del paziente affetto da patologie degenerative, come per esempio il morbo di Parkinson. Qui l’obiettivo principale è quello di cercare di non perdere le funzioni, o per lo meno di mantenerle quanto più possibile.

Differenze tra fisiatra e fisioterapista

Spesso queste due figure professionali vengono confuse e a dire la verità i confini che ne delimitano i campi d’indagine non sono sempre molto chiari. A cambiare, invece, è l’approccio al paziente. Il fisiatra, in quanto medico, fa diagnosi. Visita il paziente e fa un’attenta anamnesi.

Il fisioterapista non è necessariamente un medico, bensì un professionista sanitario che si occupa della riabilitazione del paziente nella sua fase pratica, quindi non fa diagnosi, bensì segue una prescrizione medica.

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riabilitazione-del-paziente-allettato

Sono molte le persone, soprattutto anziane, che per le più svariate motivazioni si ritrovano a dover stare a letto per un determinato periodo di tempo, magari per una frattura del femore, e da li si finisce per non riuscire a rialzarsi più. Occorre quindi fare della riabilitazione in modo da poter consentire al paziente allettato di riprendere le sue normali funzioni deambulatorie.

Riabilitazione, chi è il paziente allettato

Una persona allettata è una persona che, come abbiamo detto, per i più diversi motivi si ritrova dover stare per un certo periodo prolungato di tempo a aletto. Tale persona è costretta quindi a stare in posizione sdraiata poiché presenta deficit deambulatori, accade soprattutto in seguito a una caduta con conseguente rottura del femore.

In tali casi il paziente non riesce più ad abbandonare il letto in modo autonomo poiché presenta delle problematiche motorie che non gli permettono di deambulare, Occorre quindi un’assistenza particolare e una riabilitazione.

La fisioterapia nel paziente allettato

La fisioterapia nel paziente allettato è indispensabile per mantenere tutta una serie di funzioni. Innanzitutto la fisioterapia serve per mantenere attiva la muscolatura che, dopo un certo periodo di tempo di inattività va ad atrofizzarsi.

Recuperare il tono muscolare è quindi di grande importanza, soprattutto agli arti inferiori. La prima fase della riabilitazione consiste nel recupero della posizione seduta. In questa fase il paziente deve impegnarsi a fondo. Il paziente deve essere in grado di controllare il busto e stare seduto con le gambe fuori dal letto.

Da questa posizione si possono eseguire esercizi di respirazione, ma tale fase deve essere preceduta da una di rinforzo degli arti.

La seconda fase consiste nel recupero della posizione eretta. Bisogna cercare di verticalizzare il paziente, generalmente questo avviene con l’utilizzo di un sostegno davanti al letto, come per esempio un deambulatore.

La posizione eretta si recupera lavorando in modo costante e progressivo andando quindi a recuperare la motricità di gambe, cosce, e anche muscoli della schiena e delle braccia.

La terza fase consiste, invece, nella deambulazione assistita e autonoma. Si tratta di una fase molto impegnativa ma che da ottime soddisfazioni. Il paziente, assistito, recupera il suo passo, prima con l’aiuto dei dispositivi idonei, in seguito senza l’aiuto di ausili.

L’ultima fase è quella che prevede il recupero totale o quasi delle funzioni deambulatorie, il paziente esce di casa e recupera la sicurezza. Importante è non lasciare solo il paziente fino a che non si sentirà perfettamente sicuro.

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cardiologo-la-diagnosi-di-cardiopatie-genetiche

Una visita dal cardiologo sarebbe sempre bene farla, ancor di più quando si ha una certa familiarità per alcune patologie, come per esempio le cardiopatie genetiche. Non sono condizioni molto comuni, ma c’è comunque una discreta incidenza, spesso asintomatiche, ci si rende conto del problema solo da adulti, delle volte troppo tardi. Vediamo allora di cosa si tratta.

Cardiologo, come diagnosticare una cardiopatia genetica

Le cardiopatie genetiche sono delle malformazioni del cuore, di tipo semplice o di tipo complesso e che interessano tutto l’apparato cardiovascolare. Possono essere semplici o complesse. Nel primo caso si riscontrano quando la malformazione riguarda i setti, quindi quando parliamo di difetto interatriale, difetto interventricolare, dotto di Botallo, oppure quando riguardano una malformazione valvolare.

Vengono invece definite complesse quando sono presenti e concomitanti diversi difetti cardiaci.

Le cause possono essere diverse. Queste malformazioni sono presenti fin dalla nascita, ma non sempre se ne conosce il meccanismo che le ha generate. Infatti si chiamano congenite proprio perché presenti già nel feto all’interno dell’utero e pare ci sia una componente cromosomica. Generalmente queste malformazioni non cagionano disturbi al feto ma presentano problematiche dopo la nascita.

Oggi la medicina ha fatto grandi passi e il cardiologo riesce a fare una corretta diagnosi nella maggior parte dei casi. Basta una semplice visita, un’ecocardiogramma fetale, per diagnosticare il disturbo. Senza diagnosi prenatale, tuttavia, la gran parte delle cardiopatie congenite vengono sospettate solamente se vi è un soffio al cuore patologico.

Quali sono le possibili cure

Tutte le cardiopatie genetiche possono essere curate con buone probabilità di successo. Oggi esistono diverse tipologie di cure, dalla chirurgia tradizionale o alle terapie ibride, a seconda della problematica da risolvere.

La classica chirurgia oggi si avvale di tecniche innovative che consentono di correggere la maggior parte delle cardiopatie.

C’è poi un’altra tecnica, il trattamento con cateterismo cardiaco interventistico che consiste nel seguire delle procedure con monitoraggio fluoroscopico mediante il quale si possono correggere eventuali difetti cardiaci semplici.

La terapia ibrida, consta nella combinazione del trattamento chirurgico tradizionale con il cateterismo.

I risultati

Oggi è possibile ottenere eccellenti risultati ripristinando la corretta funzione cardiaca che consente un normale stile di vita, in molti casi è possibile anche praticare attività sportiva agonistica. L’importante è riconoscere il problema il più presto possibile e decidere assieme al cardiologo quale sia la via migliore.

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dolore-al-collo-quali-possono-essere-le-cause-e-quali-i-rimedi

Spesso capita di avvertire del dolore al collo. Questo, infatti, è un sintomo molto comune e che può avere numerose cause. Può interessare l’apparato muscolare, quello scheletrico o tendineo quindi, a seconda della causa, può avere una differente terapia. Naturalmente, se il dolore si protrae per più di qualche giorno, o è in fase acuta, è bene fare una visita medica.

Dolore al collo, quali cause

Come abbiamo detto, le cause del dolore al collo possono essere diverse, dalla semplice contrattura muscolare a problematiche ben più complesse. Diversa è la situazione se il dolore al collo è una conseguenza di un trauma. Per esempio, in seguito a un tamponamento in auto, di può ravvisare un forte dolore al collo, il classico colpo di frusta, dovuto a un trauma vertebrale e muscolare.

In questo caso il medico ortopedico può prescrivere anche l’utilizzo di un collare, oltre che l’assunzione di farmaci antidolorifici.

Un’altra causa molto comune è l’artrosi cervicale, così come una contrattura muscolare, conosciuta come torcicollo, dovuta a movimenti errati o a infreddature. Ci sono poi diverse patologie che hanno tra i loro sintomi anche il dolore al collo, come per esempio l’artrite reumatoide l’herpes zoster e il morbo di Piaget.

Quali possono essere i rimedi più efficaci

Come detto, la scelta del trattamento dipende dalla causa. Più in generale però possiamo dire che va trattato sia il sintomo doloroso che la causa del problema.

Se il dolore al collo è stato causato da un trauma, come abbiamo visto nell’esempio del colpo di frusta, il medico prescriverà sicuramente dei farmaci antidolorifici, ma dovrà contemporaneamente trattare la parte che ha subito il trauma. In genere viene prescritto un collare posturale, ma anche delle sessioni di fisioterapia, massaggi, tens, raggi infrarossi.

Se il dolore è causato dalla cosiddetta “cervicale” si dovranno assumere dei farmaci in grado di inibire il dolore e si dovrebbe sempre cercare di mantenere la parte al caldo.

Un consiglio valido sempre, è comunque quello di fare quotidianamente qualche minuto di esercizi atti a sciogliere la muscolatura del collo, in modo da rilassare i muscoli ed evitare che tutto lo stress della giornata vi si accumuli.

In caso di sintomatologia dolorosa è bene non aspettare che la situazione peggiori, ma ci si deve recare da un medico in grado di valutare la situazione.

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dottoressa-ginecologa-cosa-puo-fare-per-le-mestruazioni-dolorose

Le mestruazioni dolorose, chiamate anche dismenorrea, sono un problema che interessa molte donne. Si tratta di un disturbo doloroso che colpisce il basso addome, ma può interessare anche la schiena e le gambe, inducendo, in alcuni casi, nausea e anche febbre. Il disturbo può diventare così violento da impedire lo svolgimento delle normali attività. La dottoressa ginecologa cosa può fare per attenuare tale sintomatologia?

Dottoressa ginecologa: quali rimedi ci sono per la dismenorrea

Otto donne su dieci soffrono di dismenorrea. Come abbiamo visto, si tratta di un disturbo che ha una sintomatologia ben evidente. Oltre ai sintomi descritti prima, dobbiamo aggiungere, in diversi, casi, anche mal di testa, spossatezza, diarrea, indolenzimento e malessere generale, forti crampi che si estendono anche fino alle ginocchia.

Insomma, condurre le normali attività quotidiane in quei giorni diventa estremamente difficile. Il disturbo è di tipo familiare, quindi se la madre soffre di dismenorrea è molto probabile che ne soffra anche la figlia. In questi casi è ancora più necessaria una visita ginecologica. Ma cosa può fare una ginecologa? Innanzi tutto escludere problematiche associate agli stati dolorosi e in secondo luogo prescrivere una terapia adeguata.

Dismenorrea e sindrome premestruale

Non bisogna confondere la dismenorrea con la sindrome premestruale poiché si tratta di due cose differenti.

La sindrome premestruale non è altro che una condizione piuttosto complessa che è caratterizzata da sintomi fisici e anche psicologici che si presentano alcuni giorni prima del sopraggiungere del flusso mestruale e che scompaiono con l’arrivo delle mestruazioni. In genere la sindrome premestruale compare nell’ultima fase del ciclo mestruale ed è una conseguenza del fisiologico calo degli ormoni femminili.

Nella dismenorrea, ugualmente, gli ormoni giocano un ruolo cruciale, ma qui si deve fare una distinzione tra dismenorrea primaria e secondaria. Quella primaria, difatti, è legata al cambiamento dell’assetto ormonale che avviene nei primi giorni del flusso mestruale, con una maggiore produzione di prostaglandine che sollecitano la contrazione muscolare.

Quali cure

Una volta escluse altre problematiche, la ginecologa potrà prescrivere dei farmaci atti a ridurre la sintomatologia dolorosa. Solitamente vengono prescritti farmaci antinfiammatori, ma nei casi più significativi viene prescritta la pillola o sotto forma di pastiglie o cerotto transdermico.

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